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Cresce l’abbandono del commercio nella Tuscia a favore dell’e-commerce. 668 negozi chiusi in 10 anni

​​VITERBO – Sono allarmanti i dati contenuti nel report di Nomisma che fotografano la crisi della piccola distribuzione in provincia di Viterbo, tra caro affitti e boom dell’e-commerce.

Il panorama urbano della provincia di Viterbo sta cambiando drasticamente a causa della scomparsa di centinaia di realtà di quartiere.

Tra il 2015 e il 2025 il territorio ha registrato la chiusura di 668 negozi di vicinato, segnando uno dei bilanci più pesanti per il settore nell’intero Lazio. Ad “aiutare” l’intera provincia ci pensa il capoluogo, Viterbo, che ha contribuito pesantemente con 161 chiusure nel solo centro storico.

​Una delle cause principali che mette in ginocchio gli esercenti viterbesi è legata ai costi fissi delle mura. Nonostante il valore d’acquisto dei locali sia sceso, i canoni di locazione hanno preso la direzione opposta. Nella Tuscia l’aumento degli affitti commerciali ha toccato il 10,7% in dieci anni, una spesa che per molte piccole imprese familiari è diventata insostenibile. Secondo l’analisi dell’Osservatorio reciprocità e commercio locale di Nomisma, questa dinamica immobiliare sta accelerando l’uscita dal mercato di chi non può contare su ampi margini di profitto.

Un aspetto particolare che emerge dal report riguarda la trasformazione interna del lavoro. Se da una parte il numero delle saracinesche si riduce, con una flessione dell’8,1% delle imprese attive nella Tuscia, dall’altra cresce il personale impiegato. In provincia di Viterbo gli addetti sono aumentati del 15,2% nel decennio analizzato. Questo fenomeno indica, secondo l’osservatorio, una mutazione del modello distributivo. Il commercio si sta spostando verso punti vendita con superfici più vaste e una gestione più centralizzata, a discapito della bottega tradizionale che garantiva il presidio del territorio.

Viterbo occupa una posizione critica nella classifica regionale della desertificazione commerciale. Con 668 attività sparite, la Tuscia segue immediatamente Roma nel conteggio delle perdite. La situazione viterbese appare più grave rispetto a quella di Frosinone, che conta 657 chiusure, e stacca nettamente Rieti e Latina, dove i cali sono stati rispettivamente di 263 e 161 esercizi. A soffrire maggiormente sono i comparti dell’abbigliamento, dell’arredamento e del tempo libero. Al contrario, resistono e crescono i servizi legati alla cura della persona e alla ristorazione.

La scomparsa dei negozi rappresenta un grave danno economico e, allo stesso tempo, svuota i centri abitati di funzioni essenziali. “Il rischio è che le comunità perdano i propri riferimenti abituali”, ha osservato Francesco Capobianco di Nomisma, evidenziando come la desertificazione commerciale “porti con sé meno sicurezza e una minore qualità della vita nelle strade”. L’alternativa al commercio di prossimità è un cambiamento profondo dell’identità stessa delle nostre città, dove, purtroppo, le vetrine illuminate vengono progressivamente sostituite da serrande chiuse.