Rapporto Agromafie, la Tuscia sempre più nel mirino della criminalità mafiosa. Viterbo al 37esimo posto
VITERBO – L’interesse delle agromafie è un fenomeno che si è progressivamente allargato negli ultimi anni, investendo tutti gli anelli della filiera, partendo dal settore primario per arrivare a quello della distribuzione e della ristorazione. Lo si rileva dal nuovo “Rapporto Agromafie” in Italia, presentato in questi giorni, elaborato da Coldiretti, Eurispes e Fondazione Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Dallo studio si rileva un incremento di interesse della malavita mafiosa in questo settore, la Tuscia, infatti, è sempre più nel mirino delle organizzazioni mafiose impegnate nel settore dei crimini agroalimentari. A conferma di questo dal rapporto pubblicato, Viterbo è al 37° posto nella classifica pubblicata dal rapporto. Lo studio, nato dalla collaborazione con Forze dell’ordine, Magistratura, Istituzioni e Enti che operano a difesa del comparto agroalimentare, analizza i nuovi campi di azione delle agromafie, sia a livello italiano che internazionale. Quello delle agromafie è un fenomeno che si è progressivamente allargato negli ultimi anni, investendo tutti gli anelli della filiera, partendo dal settore primario per arrivare a quello della distribuzione e della ristorazione.
Un business in costante aumento con attività illecite che spaziano dal caporalato alla falsificazione e sofisticazione dei prodotti alimentari, dal controllo della logistica all’appropriazione di fondi pubblici, fino all’usura e al furto, dinanzi alle quali l’analisi e la denuncia rappresentano strumenti imprescindibili di lotta. Quella del Lazio, entrando maggiormente nel dettaglio del rapporto, è una situazione da non sottovalutare. Secondo una stima di Coldiretti Lazio il business delle agromafie nella regione è di 1,3 miliardi di euro, estendendo la sua azione a sempre nuovi ambiti, dalla falsificazione e sofisticazione dei prodotti alimentari al controllo della logistica, dall’appropriazione di terreni agricoli e fondi pubblici, fino all’usura, al furto e al cybercrime. Ma non basta, poiché dallo studio emerge un ulteriore allarme rappresentato dal crescente fenomeno dell’usura nel settore agricolo che muoverebbe un giro d’affari da 8 milioni di euro. Il capoluogo e la provincia di Viterbo, non possono dirsi al riparo da queste situazioni, anzi tutto il contrario. La Tuscia risulta infatti al 37° posto tra le 107 province italiane con un indice che il rapporto ha quantificato in 20,21. Per capire cosa si intende con questo numero, sono stati assunti valori da 0 a 100, dove un punteggio più alto indica una maggiore vulnerabilità del territorio alle agromafie. L’indice è stato calcolato annualmente per gli anni 2020, 2021 e 2022, con il valore finale dato dalla media dei valori ottenuti ogni anno in ciascun territorio. Solo nel Lazio si stima un tasso usuraio medio del 120% annuo anche nel comparto agricolo.
Tra le mafie tradizionali, la camorra è quella che occupa una posizione di spicco su tutto il territorio regionale, con oltre 80 aziende confiscate. Il suo principale settore di infiltrazione è quello della ristorazione, che rappresenta tra bar e ristoranti il 58 per cento del business criminale. Rispetto alla camorra, invece, la ‘ndrangheta ha interessi più ampi e meno legati al comparto della ristorazione. Le aree di infiltrazione della ‘ndrangheta, infatti riguardano principalmente i settori connessi alle costruzioni, al comparto immobiliare, al commercio sia all’ingrosso che al dettaglio. Spaziano, invece, dall’immobiliare al commercio della ristorazione e alle costruzioni, gli interessi dei gruppi locali autoctoni e autonomi. Tra i settori di investimento più redditizi figurano proprio quello della ristorazione che costituisce complessivamente oltre il 16% del totale degli affari illeciti.



