Avvocato arrestato, trovato in carcere con tre cellulari prima del colloquio con il detenuto. Per la Cassazione: “Legittimo l’arresto. I moderni smartphone funzionano anche senza scheda”
VITERBO – Un avvocato è stato arrestato dalla polizia penitenziaria di Viterbo: è stato trovato con tre cellulari, non dichiarati, mentre stava entrando nel carcere Nicandro Izza a Mammagialla per un colloquio con un assistito detenuto. Il fatto risale a fine 2025, quando il legale, un 44enne di Roma, è stato arrestato dagli agenti del penitenziario viterbese. Il 27 dicembre, però, il gip aveva deciso di non convalidare l’arresto “ritenendo che i tre apparecchi telefonici, non essendo muniti di Sim, non fossero idonei a essere utilizzati per comunicare”, affermando inoltre “l’irrilevanza penale del fatto non essendo stato eseguito alcun accertamento nei confronti del detenuto che doveva sostenere il colloquio con l’indagato per verificare la disponibilità di una Sim da inserire nei dispositivi”.
L’arresto del legale però non era stato convalidato dal gip, ma la Cassazione ha ribaltato tutto: “È legittimo”. Le motivazioni della Cassazione.
Una lettura bocciata dalla Cassazione, a cui la procura di Viterbo, che per il 44enne aveva chiesto la misura cautelare, è ricorsa per l’annullamento del provvedimento del giudice per le indagini preliminari. Secondo quanto ricostruito nella sentenza della suprema corte, pubblicata di recente, l’avvocato era stato “sorpreso all’ingresso dell’istituto penitenziario, al fine di conferire con un proprio assistito, con tre telefoni cellulari marca Motorola, modello Moto g 05, tutti muniti di cavi di ricarica, che non erano stati precedentemente dichiarati al personale di polizia penitenziaria”.
Con questa sentenza la Cassazione ha ribaltato la decisione del tribunale di Viterbo, stabilendo che introdurre in carcere un telefonino senza scheda Sim costituisce comunque reato. I giudici hanno quindi annullato l’ordinanza del gip, dichiarando “l’arresto legittimamente eseguito”. Nelle motivazioni gli Ermellini spiegano che “l’idoneità strutturale a effettuare le comunicazioni non introduce la necessità della immediata capacità operativa degli strumenti di comunicazione introdotti”, ossia non dipende dalla presenza immediata di una Sim, e che “la norma incriminatrice che prevede l’introduzione indebita di uno di tali strumenti in un istituto penitenziario al fine di renderlo disponibile a persona detenuta, individua la messa in pericolo del bene protetto, costituito dalla effettività della detenzione carceraria, prescindendo dalla contestuale capacità dello strumento di connessione alla rete”.
La corte sottolinea anche come gli smartphone moderni possano funzionare senza scheda fisica, grazie alle e-Sim o a connessioni Wifi e Bluetooth. Nella sentenza si legge infatti che “la struttura e funzionalità intrinseche di un apparecchio telefonico non sono escluse dalla mancanza di un elemento accessorio quale è la scheda Sim, la cui presenza non esaurisce le potenzialità comunicative dei telefoni cellulari, soprattutto considerando quelli di ultima generazione, utilizzabili per l’invio, la ricezione, la trasmissione di dati e informazioni, e dunque di comunicazioni, sia telefoniche che telematiche, anche se sprovvisti della relativa Sim”. Ad esempio: “L’attivazione di una o più e-Sim (schede digitali costituite da microchip programmabili integrati direttamente negli smartphone, che eliminano la necessità di una scheda fisica, consentendo l’uso immediato della rete) o per mezzo del collegamento Bluetooth a una rete Wifi oppure a una rete messa a disposizione, anche involontariamente, da altri soggetti all’interno della casa circondariale”. Da qui il principio di diritto fissato dalla Cassazione: “Integra gli estremi del delitto l’introduzione di un telefono cellulare, anche se privo della scheda Sim, in un istituto penitenziario, al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta”.



