* PRIMO PIANOCronaca

Blitz antiterrorismo, due arresti e sequestro di lanciarazzi e ordigni esplosivi. In carcere due tunisini

FALERIA – Blitz antiterrorismo a Faleria, sequestrati dai carabinieri una pistola lanciarazzi e tre ordigni esplosivi a due tunisini di 32 e 51 anni, che sono stati arrestati in flagranza. Gli arresti risalgono a fatti avvenuti a marzo dello scorso anno. Un’indagine delicatissima, tuttora in corso, da cui sono scaturiti più filoni e con una condanna a cinque anni di reclusione. Le bombe che potevano uccidere, secondo gli artificieri di Roma che le hanno fatte brillare, rinvenute a casa di una coppia di immigrati tunisini: un 32enne con precedenti specifici, che ha già patteggiato una condanna a 5 anni di carcere; e un connazionale 51enne incensurato che si professa innocente, a processo col giudizio immediato per concorso in detenzione di armi clandestine davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi.

Si è trattato di un’operazione top secret, su cui è stato mantenuto il massimo riserbo, è scattata in seguito a un controllo su strada che ha portato i carabinieri nell’abitazione dei due nordafricani, nel centro di Faleria, dove sono stati rinvenute armi clandestine e esplosivi.

L’allarme è scattato sei mesi prima dell’attentato a Santa Rosa dello scorso tre settembre, sfociato nell’arresto di due turchi in un b&b del capoluogo della Tuscia. In carcere da un anno e tre mesi, il 51enne, che non parla italiano ma solo arabo, è comparso ieri in tribunale, scortato dalla penitenziaria e assistito dal difensore, il quale ha sottolineato l’assenza di qualsivoglia legame tra il tunisino e pericolose radicalizzazioni, a differenza del coimputato. “Era da poco a Faleria, stava tutto il giorno a Roma dove lavorava per un ingegnere italiano, non ha alcun tipo di precedente e in patria ha moglie e quattro figli”, ha sottolineato il suo legale.

A tradire la consapevolezza della presenza in casa dell’arma – un revolver lanciarazzi di colore nero con matricola abrasa marca Volcanic 22, calibro 22, utilizzabile anche con proiettili a salve, funzionante e parzialmente modificato, secondo l’esperta di balistica del Ris di Roma – una foto sul telefonino del 32enne, che ritrae l’arma nel suo nascondiglio, una intercapedine a doppio strato sotto il lavello della cucina, dove è stata rinvenuta dai carabinieri durante la perquisizione.

I due potentissimi ordigni esplosivi, armati di polvere da sparo e chiodi, erano invece nascosti dietro un frigorifero dismesso nel corridoio condominiale. Si tratta di una “cipolla” del peso di 180 grammi e di un “candelotto” di 70 grammi, esaminati la sera stessa dagli artificieri giunti da Roma, che li hanno fatti esplodere separatamente, ciascuno tra quattro sagome da poligono per testarne il potenziale.

“Non fuochi d’artificio, ma ordigni micidiali, in grado di distruggere le sagome di cartone più vicine e provocare danni ingentissimi su quelle più lontane, con i chiodi conficcati per diversi millimetri, figuriamoci sulle parti molli di corpi umani”, ha detto uno dei militari presenti all’intervento. Gli ordigni erano contornati da chiodi metallici, fissati tutt’attorno con del nastro isolante nero.

Il successivo 7 aprile, nel corso di un ulteriore sopralluogo, sono stati trovati in giardino dinamite e micce esplosive nonché un altro candelotto artigianale di cartone, riempito di miccette esplosive di colore verde. Nessuna prova, per il difensore del 51enne che sapesse del revolver lanciarazzi con matricola abrasa, occultato in maniera certosina, né degli ordigni, che peraltro erano nel corridoio e in guardino, alla portata di tutti. In base ai dati dei quattro telefoni sequestrati, il 32enne è arrivato a Faleria a novembre del 2024, il 51enne il 15 febbraio dell’anno scorso. Sempre dall’esame dei dispositivi emergerebbero anche reati legati al traffico di migranti e all’immigrazione clandestina nonché alla produzione di documenti falsi. Nel corso delle varie testimonianze, inoltre, si è parlato di “addentellati” legati a terrorismo e radicalizzazione, emersi nel corso delle successive indagini, coperte da segreto istruttorio, “che non è possibile riportare”.

FOTO DI REPERTORIO