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Viterbo ultima (81esimo posto) nella classifica fra reribuzione e produttività

VITERBO – Un report, elaborato sui dati forniti da Inps e Istat, fotografa lo squilibrio strutturale nella Tuscia. Dal rapporto è facile notare che la Tuscia pur registrando 237 giornate retribuite, i lavoratori dipendenti percepiscono il reddito annuo medio più leggero della regione.

Un paradosso economico strutturale che penalizza i lavoratori dipendenti e frena la crescita della Tuscia. I dati emersi dall’ultimo rapporto dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, basati su rilevazioni Inps e Istat, mostrano un quadro preoccupante per la provincia di Viterbo. Nel territorio si registra un numero elevato di giornate faticose trascorse in fabbrica o in ufficio ma a questa produttività quantitativa non corrisponde una retribuzione adeguata, posizionando la provincia agli ultimi posti della graduatoria nazionale per il valore economico del lavoro.

I numeri raccolti dagli istituti previdenziali e statistici dimostrano che nella Tuscia non c’è una scarsità di occupazione o di ore prestate. Viterbo, tuttavia, registra infatti una media di 237 giornate retribuite all’anno, collocandosi al 62esimo posto della classifica nazionale su 107 province. Il dato viterbese supera nettamente le performance delle altre realtà regionali come Latina, che si ferma a 234,8 giornate, e Rieti, ferma a 231,4. Nonostante l’impegno profuso nei settori produttivi, la stabilità temporale delle occupazioni non riesce a garantire il benessere economico dei nuclei familiari.

Nonostante i numeri riferiti alle ore lavorate il vero nodo del problema emerge in modo lampante quando si analizza il valore reale dei compensi annuali. Viterbo crolla all’81esimo posto della graduatoria italiana per retribuzione media annua, fermandosi a una cifra di appena 18mila 356 euro lordi. Si tratta del risultato più basso di tutto il Lazio, ampiamente inferiore non solo ai 26mila 269 euro di Roma ma persino ai 20mila 994 euro di Frosinone e ai 20mila 62 euro di Latina. Il divario con la media nazionale, pari a euro a parità di impegni contrattuali.

Il divario retributivo è legato principalmente alla scarsa qualità dei contratti e alla bassa remunerazione delle singole prestazioni quotidiane. Mentre la media italiana si attesta su una paga giornaliera di 99,32 euro in cui la Capitale vola a 107,29 euro, la Tuscia deve fare i conti con tariffe tra le più deboli del Paese, fortemente condizionate dalla diffusione del precariato, del lavoro stagionale e del part-time involontario nel settore dei servizi e dell’agricoltura intensiva. Questa combinazione di fattori genera il cortocircuito della povertà lavorativa, costringendo i residenti a prestare più giornate di servizio per compensare la svalutazione economica delle proprie mansioni.