La città di Castro cancellata nella Tuscia
Nel territorio comunale di Ischia di Castro, in provincia di Viterbo, la vegetazione della riserva naturale della Selva del Lamone custodisce i resti di una città scomparsa.
Sullo sperone di tufo oggi visitabile come parco archeologico sorgeva Castro, capitale dell’omonimo ducato e centro di un progetto politico e urbanistico voluto dalla famiglia Farnese.
Il ducato fu istituito nel 1537 da papa Paolo III Farnese per favorire il figlio Pierluigi.
In pochi anni il borgo venne trasformato in una città monumentale, con palazzi signorili, fortificazioni, piazze pavimentate e tredici chiese.
La sua posizione e il nuovo impianto urbano dovevano rappresentare la forza del potere farnesiano nella Tuscia.
Il progetto di Antonio da SangalloLa trasformazione fu affidata all’architetto Antonio da Sangallo il Giovane, che ridisegnò l’abitato secondo i canoni della città ideale rinascimentale.
Tra le opere più significative figuravano la piazza Maggiore, gli edifici destinati alle autorità e il pozzo di Santa Lucia, realizzato per garantire l’approvvigionamento idrico degli abitanti.
Il pozzo era dotato di scale a chiocciola sovrapposte e presentava caratteristiche simili a quelle del più noto pozzo di San Patrizio, a Orvieto.
La vita della comunità ruotava attorno all’artigianato, ai mercati e alle celebrazioni dedicate al patrono San Savino, con una giostra e un palio tra le contrade nel mese di maggio.L’assedio e la demolizioneLa fine di Castro maturò nel contesto delle tensioni tra i Farnese e lo Stato Pontificio.
Nel 1649 l’assassinio del vescovo Cristoforo Giarda, nominato da papa Innocenzo X Pamphilj e ucciso durante il viaggio verso la città, fornì a Roma il pretesto per intervenire militarmente.
Le truppe pontificie cinsero d’assedio le mura e, dopo la capitolazione degli abitanti, ricevettero l’ordine di cancellare la città. L’obiettivo era eliminare ogni traccia del potere farnesiano nella Tuscia.
Le abitazioni e i monumenti furono abbattuti, mentre gli abitanti vennero costretti a trasferirsi nei centri vicini.La demolizione fu completata in circa due mesi attraverso lavori eseguiti dai soldati.
Anche la diocesi venne trasferita d’ufficio ad Acquapendente, segnando la definitiva perdita del ruolo civile e religioso dell’insediamento.
Prima di lasciare l’area, i militari collocarono tra le rovine una lapide con la frase Qui fu Castro.
Da allora la vegetazione ha ricoperto gran parte dello sperone di tufo, mentre le fondazioni e i resti del centro abitato continuano a documentare la storia di una città nata come progetto politico e cancellata con la forza.
Il sito conserva così la memoria di una comunità scomparsa e delle trasformazioni che segnarono la Tuscia nel Seicento.


